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carlitos
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« Risposta #3 il: 06 Luglio 2006, 01:43:47 » |
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JUNIOR KELLY Intervista
A cura di: Pier Tosi
Quando nel 2000 Junior Kelly è spuntato dal nulla con la sua ‘Love so nice’, una coinvolgente riflessione su temi amorosi cantata di getto sul ritmo di ‘Stir it up’ di Bob Marley, tutti si chiesero da dove arrivava questo nuovo sing-jay sorridente e dinoccolato: solamente in pochi sapevano che Junior aveva appena portato a compimento un paziente apprendistato iniziato nel 1985 con l’uscita del suo primo singolo ‘Over her body’. La notevole serie di singoli seguiti a breve distanza da ‘Love so nice’ ha dimostrato molto rapidamente di come il personaggio in questione non fosse solamente un ‘one hit wonder’ ma un artista con parecchio da dire ed una autentica nuova forza nella scena reggae. Già quando ancora non aveva un grosso repertorio Junior dava l’impressione di poter ‘cavalcare’ tranquillamente con successo anche ritmi dancehall ma con grande coerenza ha sempre evitato gli ‘ammiccamenti’ alla scena del bashment concentrandosi invece su una lunga serie di epiche roots tunes divenute in breve tempo dei classici. Il suo primo mini-tour italiano del 2001 infatti rivelava già un potente approccio roots dispiegato anche dal vivo in una estesa gamma di registri espressivi: Junior Kelly è in grado di incendiare la massive alla maniera di Sizzla e Capleton senza assumerne gli a volte sgradevoli atteggiamenti intransigenti, di far esplodere la gioia in canzoni come ‘Smile’ o ‘Prove my love’, di modulare sapientemente la sua intensità alla maniera dei cantanti soul nelle sue varie love songs e di esplicitare con forza il suo ‘blues’ in ‘Well runs dry’, da sempre uno dei momenti più forti del suo spettacolo. Junior è un artista molto sincero e diretto ed ama andare dritto al cuore del suo messaggio evitando categoricamente i gigioneggiamenti o i colpi di teatro di cui la tradizione del ‘deejay style’ è costellata: in questo è molto più vicino come attitudine ai grandi del roots come Bob Marley o Burning Spear e se il suo show è forse meno spettacolare di quello di artisti a lui affini stilisticamente ma più abili nel ‘mestiere’, il livello di intensità resta comunque difficilmente eguagliabile. In un mercato da troppo tempo contrassegnato dalla ridondanza e la sovrabbondanza delle produzioni molto spesso a scapito della qualità Junior è uno dei pochi artisti capaci di ‘dosare’ il suo talento, limitare le sue uscite mantenendo cosi’ un altissimo livello qualitativo: la serie dei suoi albums poi ha già almeno tre capolavori che saranno ricordati nella storia del reggae e cioè ‘Love so nice’ (2001), ‘Smile’ (2003) ed il suo ottimo ultimo CD 'Tough life'. Abbiamo incontrato Junior a Bologna prima di una delle date del suo recente tour italiano: la lunghezza e profondità dell’intervista dimostra la sua grandissima cordialità e disponibilità. L’ultima riflessione prima di leggere direttamente le sue parole riguarda il fatto che parlando con questo artista si ha l’impressione di rapportarsi ad un uomo che vive i problemi del suo tempo nella pratica di tutti i giorni e non ha difficoltà a trovare qualcosa in comune con il suo interlocutore. Nella scena reggae attuale è sicuramente in questo un’eccezione.
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D: Come hai deciso di essere un artista reggae?
R: E’ stata la musica a scegliermi: non ho mai scelto di occuparmi di musica, è solo una cosa che mi è capitata prima che me ne rendessi conto. E’ una cosa che ha avuto a che fare con l’amore e non con il denaro, far star bene la gente e sapere che siamo una cosa sola a prescindere dalla nostra provenienza. Per me per esempio è un privilegio essere ora in Italia a diffondere il reggae e condividere questa esperienza con i miei fans.
D: Hai incominciato come tanti altri artisti cantando in chiesa?
R: No, mio fratello Jim Kelly scomparso nel 1983 era selecter del Kilimanjaro Sound, un sound attivo in Giamaica dai primi anni ’70. Lui fu il primo che mi fece uscire di casa portandomi nelle strade dove si ascoltava il reggae. Per me era quasi incredibile avere grandi artisti che venivano a casa nostra per parlare con lui, gente come U Roy, Charlie Chaplin, Joesy Wales, Brigadier Jerry, Super Cat. Venivano a casa nostra ed io li ascoltavo mentre parlavano di nuove canzoni da registrare. Per me era molto eccitante vedere come questi artisti passassero del tempo insieme e creassero musica.
D: Ho notato che hai nominato soltanto dei deejays: sembra che sin da quei tempi ti interessassero di più i deejays…
R: In realta’ no: In famiglia io sono il più piccolo e a quel tempo andavo a scuola ed era solamente un piacere impiegare il tempo ascoltando le loro storie. Parecchio tempo dopo ho iniziato a comporre le mie canzoni. All’inizio anch’io facevo il selecter di un sound system, poi ho iniziato ad esibirmi come vocalist nella mia comunità in cui ho avuto sempre molto supporto…
D: Hai avuto un successo enorme nel 2000 con ‘Love so nice’ ma sappiamo che il tuo primissimo singolo fu realizzato nel 1985 con il titolo ‘Over her body’ ma non l’abbiamo mai sentito: che tipo di brano era?
R: Era una canzone d’amore. Sono sempre stato affascinato dall’amore. Sono cresciuto in un ambiente dove mia madre e mia padre si amano molto e hanno sempre mostrato questo amore, cosi’ per me è facile scrivere di amore.
D: Tornando a ‘Love so nice’: c’è una storia particolare dietro quella canzone?
R: Si. Ero a Boston, negli Stati Uniti e nell’appartamento accanto al mio c’era questo ragazzo giamaicano che viveva con una ragazza americana e litigavano sempre piuttosto violententente. Io abitavo accanto e sentivo tutto. Era l’inverno del 1998 ed io ascoltavo Bob Marley, ascoltavo spesso ‘Stir it up’. I loro litigi continuavano ed un giorno io stavo ancora ascoltando ‘Stir it up’, dal nulla mi è arrivato questo ritornello e mi sono ritrovato magicamente a cantare sul break strumentale ‘If love so nice tell me why I hurt so bad…’. Quando sei al vertice di un amore non c’e’ nulla che possa essere comparato a questo sentimento. Purtroppo però accade lo stesso quando si soffre molto per amore. Molte volte quanto hai sofferto per amore decidi che non ti dovrà capitare più ma alla fine decidi sempre di concederti un’altra possibilità, cosi’ ‘se l’amore e’ cosii bello, ditemi perché sto soffrendo cosi’ tanto…’.
D: Ti saresti mai immaginato di avere un cosi’ grande successo con quella canzone?
R: No. Io come loro creatore voglio bene a tutte le mie canzoni e le tratto tutte allo stesso modo e dedico loro la stessa quantità di attenzione. Quando ebbi successo con ‘Love so nice’ non mi sorprese il fatto che avevo avuto successo perché in molti mi stavano dicendo che componevo belle canzoni e il successo sarebbe stato solo questione di tempo. La cosa che mi sorprese fu che il successo arrivò con ‘Love so nice’ perché era una cosa che non mi sarei aspettato.
D: Tu puoi cantare su ritmi dancehall con buoni risultati ma tutti i tuoi migliori brani sono su ritmi reggae ‘one drop’ più tradizionali…
R: Io sono legato a dei principi e dei valori che come essere umano non violerei mai, il principio dell’amore per la vita e per la gente. Io posso cantare su ritmi dancehall e su ritmi ‘one drop’ ma non voglio confinare la mia musica solo su un tipo di ritmi. Posso comporre una canzone ‘culturale’ su un ritmo dancehall ma non è cosi’ semplice. Molti artisti dancehall non sono in grado di comporre canzoni su ritmi reggae classici, sanno solo usare ritmi dancehall, ma per fortuna il mio talento mi consente di fare tutte e due le cose. L’importante è che il tuo messaggio sia valido spiritalmente e che sia pulito e ricco di qualità. Sono contento di poter comporre canzoni sia su ritmi dancehall che su ritmi ‘one drop’ perché questo aggiunge ricchezza alla mia musica. Io non voglio essere monodimensionale ma voglio arricchire la mia musica con molti argomenti e molte influenze. La musica è musica, se ho un’ispirazione e mi arriva sotto forma di un blues come per esempio ‘Well runs dry’, non posso lasciarmela scappare. So che è una vera e propria sfida ma la creazione artistica mi affascina in ogni suo aspetto. Credo che l’arricchire il più possibile la mia musica faccia bene a tutta la reggae music in generale.
D: Invece quali sono le tue ispirazioni quando si tratta di focalizzare un argomento o di veicolare un certo messaggio attraverso le liriche?
R: Questa è una buona domanda. Ho vari tipi di imput dall’esterno: sul giornale leggo le notizie internazionali e vedo quello che succede a causa di questi contrasti tra cristiani e musulmani, quello che succede il Iraq o in Afghanistan. In questo modo traggo delle idee per fare musica che possa consolare e fare stare meglio chi sta soffrendo. Mi ispiro ascoltando le chiacchiere ed i giochi dei bambini e ascoltando la musica di personaggi come Burning Spear, Israel Vibration, Ken Boothe, Alton Ellis, la vecchia guardia del reggae. Bob Marley, Peter Tosh, Bunny Wailer o i Congos: musica da cui traggo messaggi spirituali molto forti. Questi artisti sono venuti molto prima di me ed ora sento che è nelle mie mani il testimone di portare avanti il loro messaggio. Io non butterò il bastone, lo terrò nelle mie mani e farò in modo che questi artisti siano fieri all’idea che ci sia un giovane che vede la loro luce e vede le sofferenze attraverso cui loro sono passati. Un’altra fonte di ispirazione è parlare con i miei genitori. La natura è un’altra grande fonte di ispirazione: io amo passeggiare sulle colline, sentire il vento che soffia tra gli alberi o il cinguettio degli uccelli. E’ la vita che mi incoraggia a scrivere musica…
D: Ti ispiri anche ascoltando musica che non sia reggae?
R: Certamente! Ascolto molto jazz, mi piace Al Green e quando ero adolescente ho sentito molta musica di Michael Jackson, ascolto Ray Charles e Stevie Wonder. Michael Bolton mi influenza nel senso di cercare di estendere le possibilità vocali quando cerco una melodia e questo mi farà essere migliore. Ascolto perfino l’opera, Luciano Pavarotti: è interessante sentire i livelli raggiunti da questi artisti con la loro voce e questo non per imitarli ma per cercare di sperimentare nuove tecniche per esprimermi più completamente.
D: Parliamo di spiritualità: sei Rasta dalla tua nascita?
R: In Giamaica è facile incontrare dei Rastas, Rastafari è entrato a far parte di molte comunità e di ogni aspetto della nostra vita ed è una fonte di ispirazione molto vitale. Io sono cresciuto in una casa in cui la religione è cristiana e sono stato tra i primi a convertirmi a Rastafari…
D: Cosi’ non sei l’unico…
R: (Risate) No, sono stato il primo della famiglia ma ora si sono convertiti anche tre miei nipoti. Il fatto di diventare Rasta in una famiglia non Rasta…i miei genitori mi hanno sorpreso perché molti ragazzi in Giamaica dal momento in cui iniziano a farsi crescere i dreadlocks o a leggere la Bibbia vengono osteggiati e discriminati dai loro genitori che non capiscono la loro scelta. Si sentono dire che sono dei buoni a nulla e non combineranno mai nulla di buono nellla vita. Anche se oggi è meglio che in passato molta gente continua a disprezzare i Rasta. Quando ho deciso di essere un Rasta, i miei genitori…noi abbiamo una frase che dice ‘il silenzio significa consenso’…non mi hanno mai ostacolato e mi hanno sempre trattato come un figlio amato. Questa cosa mi ha sorpreso e mi ha fatto sentire il loro amore per me in un’altra luce, a un livello più alto perché mi hanno lasciato il diritto di scegliere e non hanno voluto scegliere loro per me. Sono grato a loro per avermi dato la possibilitò di crescere come individuo adulto. In realtà l’influsso Rastafari mi è arrivato da altre persone, un anziano della mia comunità. Ora lui vive in Inghilterra ma mi ha sempre incoraggiato ad andare a scuola e continuare i miei studi. Trovava sempre il tempo di parlare ai giovani di Rastafari, di essere contro la violenza e cercava di farci capire quanto sia importante avere uno scopo nella vita. Ci ha mostrato cosa Rasta dovrebbe essere ed invece a di come a volte le persone fraintendano i suoi insegnamenti. Ci sono molti Rasta nella comunità, alcuni anziani ed altri giovani come me e tutti quelli che conosco cercano di lavorare duro a sostegno della loro comunità. Questo dimostra di come tutte le cose negative che venivano dette sui Rasta in passato erano sbagliate. Noi facciamo del nostro meglio per essere più utili possibile al prossimo e tutto ciò di cui abbiamo bisogno è una possibilità…I Rasta sono abituati ad essere auto-sufficienti e a sapere di poter contare sulle proprie forze perché in passato nessuno offriva loro lavoro, nessuna istituzione si sarebbe fidata di un Rasta. Dovevano fare delle scope e venderle in giro per le strade per guadagnare il denaro per mandare a scuola i loro figli ed erano addirittura perseguitati dalla società. Di recente però la società ha iniziato ad aprirsi ed essere più civile nei confronti dei Rasta…ora ci sono Rasta che fanno professioni come gli avvocati o i professori ed è veramente un grosso passo avanti…si stanno rendendo conto che io sono te e tu sei me e non ci sono differenze tra noi, abbiamo lo stesso sangue, sorridiamo e piangiamo allo stesso modo, una persona con i dreadlocks è uguale a una senza dreadlocks. Uno dei nostri problemi in Giamaica è che siamo troppo vicini all’occidente, agli Stati Uniti ed alla loro influenza negativa. Nei Caraibi siamo ad un’ora di viaggio da Miami e riceviamo molte cattive influenze dal modo di vivere americano. Dovremmo seguire di più la filosofia e gli insegnamenti di Marcus Garvey a proposito della nostra terra madre, l’Africa, dovremmo africanizzarci di più per capire quello che hanno passato i nostri antenati ed avvicinarci di più alla cultura africana.
D: Sei affiliato ad una particolare confraternita Rasta?
R: Questo è un argomento molto serio. Ci sono gli Ortodossi, i Twelve Tribes, i Bobos, i Nyabinghi ed io mi sento vicino a loro. Io porto il turbante ed a volte sono scambiato per un Bobo, ma spesso i miei locks scendono sciolti lungo la mia schiena. Comunque molta gente non sa il significato di certe cose: in Etiopia portare il turbante ha un significato rituale e devi essere un Gran Sacerdote per poter vestire vesti di certi colori, cosi’ non è una semplice moda ma molti Rasta non capiscono lo scopo del turbante e che certi colori devono essere indossati solo in certe occasioni ed il significato di queste cose è molto profondo. Quello che cerco di dire è che in realtà non dovremmo preoccuparci delle mode ma avvicinarci alla gente e mostrare loro amore in diversi modi e cosa significa essere Rasta. I Rasta prima di noi venivano frustati dalla polizia solo perché portavano i dreadlocks ma i poliziotti erano neri come loro. Dovremmo occuparci del presente e lottare per la libertà di espressione, la libertà di stampa, di pensiero, combattere la povertà, restare uniti e costruire una grande organizzazione. Dovremmo raccogliere fondi per aiutare i poveri e ragionare di più sullo scopo di essere Rasta invece di accapigliarci su chi ha ragione o torto. Dobbiamo educare le nostre comunità ed il nostro paese e liberare la Giamaica dalla terribile violenza che vi regna. Questi scopi sono più importanti di una singola affermazione individuale. Rasta ha molto da dire su giustizia e diritti umani e dovrebbe partecipare alla vita politica e non esserne impaurito. Per cambiare la società dobbiamo impegnarci all’interno del sistema, siamo soggetti alle stesse leggi e se crediamo siano troppo rigide e che non ci sia giustizia per i più deboli, dobbiamo impegnarci nel sistema per cambiare le leggi e migliorare le condizioni generali. Non possiamo permetterci di rifiutare la politica ma cercare di farne parte.
D: Come lavori alle tue composizioni? Ascolti i ritmi prima di fare i testi o componi usando la chitarra?
R: Un po’ tutti e due i metodi: Qualche volta cerco idee suonando la chitarra, qualche volta mi arriva un’idea improvvisa e devo mettermi a comporre subito, qualche volta un produttore mi fa sentire i suoi ritmi e mi chiede qualche pezzo, oppure non ha nessun ritmo e mi chiede se ho qualche idea.
D: Ti capita spesso di lavorare con produttori stranieri : cosa pensi di chi non è giamaicano ma cerca di produrre reggae in Giamaica spesso collaborando con musicisti locali?
R: E’ bellissimo! Ci fa capirei l grande interesse internazionale per la nostra musica ed il fatto che la nostra musica sta ispirando investitori stranieri. Sono molto sorpreso della qualità della musica di questi produttori italiani, tedeschi o svedesi…E’ stupendo perché puoi trovare nella loro musica tante belle cose che i produttori giamaicani hanno perso nel corso degli anni. Il motivo per cui mi piace lavorare con loro è che hanno studiato il reggae e la sua provenienza e sanno benissimo come produrre musica di qualità. Cerco sempre il meglio per la mia musica e non è una discriminante l’origine del produttore con cui lavoro.
D: Hai fatto grandi albums come ‘Love so nice’, ‘Smile’ e l’ultimo ‘Tough life’: lavori specificamente al planning di un album oppure scegli i migliori singoli che hai fatto per avere il migliore risultato?
R: Credo sia normale pianificare gli albums: la mia filosofia quando penso al contenuto del mio futuro album è di non riempirlo di singoli che sono già reperibili in commercio. Voglio che chi compra i miei CDs senta tracce completamente nuove e inedite che sono reperibili solo comprando l’album, perché una cosa è l’album ed una cosa completamente diversa i singoli. In realtà negli albums metto i migliori due o tre singoli già usciti ma mi fermo li. La differenza tra un brutto album e uno di qualità è spesso nel fatto che il brutto album è una compilation sensa senso di singoli già usciti, mentre la qualità di un album sta nel fatto che è un progetto specifico.
D: Mi sembra sia difficile in Giamaica concepire buoni albums perché i produttori che cercano il guadagno facile non hanno scrupoli nel pubblicare raccolte discutibili…
R: Ti sbagli. Non è difficile fare lavori di qualità. Penso che il problema in Giamaica sia che questi produttori non vogliano ricompensare adeguatamente gli artisti e cercano di sfruttarli, spolpando letteralmente il business e lasciandone solo le briciole. Alla fine il pubblico non compra altro che un album con la consistenza delle briciole. Tra l’altro non puoi cibare gli artisti con le briciole. Quando VP vuole far uscire un CD di Junior Kelly, cerca tra i vari produttori le tracce e loro gli inviano brani già editi su singolo. Altri produttori sentono dire che VP cerca le tracce e li contatta a sua volta per offrire le loro tracce. Loro lo fanno solo per denaro, per intascarsi le royalties ed io perdo il controllo sul modo in cui il mio materiale viene pubblicato. Ci sono produttori che ammucchiano le tracce in attesa che VP si faccia avanti. Per questo ho detto a VP che se si comporteranno in questo modo io non supporterò in nessun modo un eventuale CD. Molti produttori agiscono per risparmiare denaro ma non fanno la cosa migliore.
D: Parliamo di alcune tracce di ‘Tough life’: in ‘Someone loves you honey’ il tuo stile si fa vicino a quello di foundation deejays come I Roy e Big Youth…
R: E’ un’idea che ho avuto io stesso…Ho sentito l’originale, un vecchio hit di J:C. Lodge e siccome aveva questo sapore dal passato ho pensato che l’unico modo per farla fosse usando il vecchio stile dei padri.
D: In ‘Tough life’ c’è anche una combination ‘virtuale’ con lo scomparso Dennis Brown: chi ha avuto l’idea di farla?
R: L’idea l’hanno avuta Sly & Robbie, i produttori della traccia originale di Dennis Brown, insieme a Joel Chin della VP: quando stavo lavorando all’album passavo molto tempo in studio con Sly & Robbie ed un giorno ero a casa e ho ricevuto una chiamata in cui mi chiedevano se volevo duettare in un pezzo con la voce di Dennis Brown. Anche se non sapevo quale traccia avessero in mente ho risposto subito di si, sono andato in studio ed ho scoperto che si trattava della magnifica ‘Hold on to what you’ve got’. Registrarla è stato un grande piacere.
D: Hai mai conosciuto in persona Dennis Brown?
R: Purtroppo no. Negli ultimi anni della sua vita quando lui era in Giamaica io ero fuori e viceversa. Per questo non ho voluto perdere l’opportunità di duettare con la sua voce grazie a Sly & Robbie.
D: Hai iniziato molto presto ad esibirti all’estero: cosa ti colpisce del pubblico italiano?
R: Il pubblico italiano è molto intenso, ascoltano attentamente e sanno riconoscere la musica di qualità. Amano maggiormente il roots e cercano nella musica qualcosa che li aiuti a vivere meglio la vita di tutti i giorni, cercano supporto nella musica e la sentono con il loro cuore e la loro anima. Dopo i concerti mi ringraziano per la mia musica e questo è molto toccante. Il pubblico italiano da un senso a ciò che io faccio e credo con la mia musica di dare un senso alla loro ricerca.
(intervista apparsa su Superfly n.2 2006)
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