MARTEDIO 6 FEBBRAIO è una data importantissima e cioè il sessantaduesimo compleanno di BOB MARLEY. Abbiamo pensato di dedicare al più grande musicista che la Giamaica ci ha dato un piccolo pensiero ed una personalissima Top Five sia da parte di Alberto Castelli che di Pier Tosi con la speranza che anche voi aggiungiate un gran numero di pensieri sparsi su Bob e la sua musica nei commenti.
Comincia Alberto Castelli:
Per festeggiare questo compleanno ci vorrebbe un bel giro di basso di Aston “Family Man” Barrett. Uno di quelli che ti colpiscono allo stomaco e fanno tremare i vetri. Ci vorrebbe quella bella rullata della batteria di suo fratello Carlton. Una di quelle secche e che spezzano il ritmo. Ci vorrebbero la chitarra di Junior Marvin e le tastiere di Earl “Lindo”Wire o di Tyron Downe. Poi le voci di Rita Marley, di Judy Mowatt e di Marcia Griffiths. E ci vorrebbe una di quelle copertine disegnate da Neville Garrick. E un bello scatto sulla fascia di Alan “Skill” Cole. E le percussioni di Alvin “Seeco” Patterson. E ci vorrebbero Peter Tosh e Bunny Wailer e Bruning Spear e Lee Perry e Jacob Miller e Dennis Brown. E ci vorrebbe Bob Marley, proprio lui, che comincia a cantare, con quella voce che è proprio la sua, una canzone come “TrenchTown Rock”, “Natural Mystic”, “Exodus”, “Soul Rebel” e… una qualsiasi, scegliete voi. Ci vorrebbe che qualcuno, anzi, che tanta gente cominciasse a cantare insieme a Bob Marley, proprio lui, come quella notte a Milano. Ci vorrebbe che quell’ 11 maggio 1981 non ci fosse mai stato. E oggi non c’è. Oggi è il 6 febbraio. Oggi bisogna solo festeggiare. E tutto andrà bene, perché una delle cose belle della musica è che quando ti colpisce, tu non senti dolore…
Alberto Castelli’s Top Five
“Soul Rebel”
“TrenchTown Rock”
“Natural Mystic”
“Africa Unite”
“We’ll Be Forever Loving Jah”
Pier Tosi:
A volte mi chiedo perché Bob Marley sia stato così importante e così universale, lui che veniva da una civiltà quasi arcaica, quella della campagna giamaicana di Nine Miles, nato proprio l’anno in cui finiva la seconda guerra mondiale ma in un ambiente di cui colpisce la lontananza e la estraneità con le armi di distruzione di massa e gli orrori del conflitto. Da quel magico ambiente Bob ha catturato la magia di una semplicità che gli ha dato l’approccio poetico per parlare del modo giusto di cose complesse come il dolore, il sentirsi esclusi da qualcosa, il richiamarsi alle proprie radici per affermare la propria identità ma anche della forza travolgente dell’amore e del potere taumaturgico della musica. Dei grandi artisti Bob ha avuto il dono di poter racchiudere in una canzone, una parola, una nota, un’espressione del viso o una singola immagine un’intero universo, una serie di brividi sotto la pelle, la complessità di ragionamenti e sentimenti complicati ed in nome di questo magico potere ha saputo farci sentire uguali nello stupore e nella gioia della bellezza della sua musica. Mentre sono immerso in questi ragionamenti però mi viene in mente una frase, ‘who feels it knows it’ (chi lo sente lo sa) che Bob ripeteva sempre e capisco che la musica può esprimere l’inersprimibile. Allora metto il disco sul giradischi, abbasso la puntina e Bob mi viene incontro cantando ‘Don’t worry about a thing, cause every little thing gonna be allright’….
Pier Tosi’s Top Five:
Waiting in vain
Zimbabwe
Rebel Music
Natty dread
So much trouble in the world
VIETATO DIMENTICARE
